Con l’aumentare della consapevolezza ambientale dei consumatori e della catena di approvvigionamento, sempre più imprese cercano di associare il proprio brand a valori di sostenibilità e spesso promuovono iniziative green.
Tuttavia, non sempre le buone intenzioni trovano poi riscontro nella realtà: alcune Organizzazioni, infatti, adottano strategie di “greenwashing”, ingannando i consumatori e gli investitori riguardo al reale impatto ambientale delle loro attività.
Perciò per verificare la trasparenza e la veridicità delle iniziative green spesso promosse da molte aziende, il Modello 231 può offrire alle aziende uno strumento efficace per prevenire il greenwashing e mitigare i rischi connessi.
Che cos’è il greenwashing
Partiamo dall’inizio: il termine greenwashing indica la pratica di alcune aziende di presentarsi come sostenibili e attente all’ambiente al solo scopo di migliorare la propria immagine, senza che tali affermazioni siano però supportate da azioni concrete e verificabili. Non solo la falsa immagine ecosostenibile di una azienda, ma anche la presentazione di un prodotto come sostenibile, quando in realtà non lo è.
Detto anche in altri termini, si tratta di puro marketing ingannevole, c.d. “Green Marketing”, che si realizza facendo credere che un prodotto o un brand sia più ecologico di quanto non sia in realtà. Il green marketing è quindi una forma di comunicazione che cerca di combinare gli obiettivi economici con quelli ambientali, promuovendo prodotti e servizi che rispettano l’ambiente mediante l’utilizzo di una comunicazione commerciale non veritiera.
Questo uso ingiustificato di “virtù ambientali” da parte di un’azienda, per creare un’immagine positiva delle proprie attività o prodotti, nascondendo la verità o distogliendo l’attenzione dalle reali responsabilità ambientali dell’impresa, non solo danneggia i consumatori, che vengono fuorviati nelle loro scelte, ma mina anche la fiducia degli investitori e degli stakeholders e compromette la credibilità del mercato e la brandreputation dell’azienda.
La pratica del greenwashing si è evoluta in modo particolare negli anni, diventando una strategia utilizzata principalmente per nascondere o rimediare a disastri ambientali causati da aziende poco attente all’ecologia.
Come il Modello 231 previene il greenwashing attraverso sostenibilità e presidi ESG
Il Modello 231, introdotto in Italia dal Decreto Legislativo 231/2001, è un sistema di organizzazione e gestione aziendale, volto a prevenire la commissione di reati da parte dei soggetti che agiscono nell’interesse o a vantaggio della società.
Tra le varie fattispecie di reato previste, il greenwashing può essere inquadrato come una pratica commerciale fraudolenta, che può esporre l’azienda a conseguenze penali e civili.
In relazione al greenwashing, il Modello 231 può svolgere un ruolo fondamentale attraverso:
- integrazione dei principi ESG: il Modello 231 può essere integrato con i principi ESG (Environmental, Social, Governance), promuovendo una cultura aziendale orientata alla sostenibilità e alla responsabilità sociale;
- definizione di procedure e controlli: l’adozione di regole specifiche per la comunicazione commerciale ed istituzionale dell’azienda e la definizione di procedure specifiche per la diffusione delle informazioni verso l’esterno permette di ridurre il rischio di affermazioni false o ingannevoli;
- formazione del personale: la formazione del personale su tematiche ambientali e sulla normativa vigente in materia di greenwashing è essenziale per sensibilizzare tutti i livelli aziendali sull’importanza di agire in modo etico e trasparente;
- sistema di segnalazione: un sistema di segnalazione interno efficiente consente ai dipendenti di segnalare eventuali comportamenti scorretti o irregolarità, contribuendo a prevenire e individuare tempestivamente eventuali casi di greenwashing. Ciò, oggi, è reso possibile anche grazie alla normativa whistleblowing che consente di segnalare comportamenti illeciti o comunque contrari alle procedure, codici di condotta, in essere nella propria azienda, il tutto in totale anonimato e con garanzia di riservatezza.
I risvolti penali del Greenwashing secondo l’ordinamento italiano
Stati Uniti, Canada e Inghilterra, hanno adottato linee guida specifiche per contrastare il greenwashing, imponendo regole severe e sanzioni per le aziende che diffondono messaggi pubblicitari ingannevoli riguardo alla loro sostenibilità ambientale.
In Italia, il greenwashing può avere significativi risvolti penali, oltre, ovviamente, a danneggiare gravemente la reputazione aziendale.
Secondo l’ordinamento italiano, il greenwashing può essere ricondotto alla famiglia dei reati societari inclusi nell’art. 25-ter del D.lgs. 231/2001, ed in particolare alle false comunicazioni sociali di cui all’art. 2621 c.c. e pratiche commerciali scorrette per la cui definizione di rimanda all’art. 20 del c.d. “Codice del Consumo”.
art. 2621 Codice Civile
Fuori dai casi previsti dall’art. 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni.
art. 20 Codice del Consumo
- Le pratiche commerciali scorrette sono vietate.
- Una pratica commerciale è scorretta se è contraria alla diligenza professionale, ed è falsa o idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico, in relazione al prodotto, del consumatore medio che essa raggiunge o al quale è diretta o del membro medio di un gruppo qualora la pratica commerciale sia diretta a un determinato gruppo di consumatori.
- Le pratiche commerciali che, pur raggiungendo gruppi più ampi di consumatori, sono idonee a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico solo di un gruppo di consumatori chiaramente individuabile, particolarmente vulnerabili alla pratica o al prodotto cui essa si riferisce a motivo della loro infermità mentale o fisica, della loro età o ingenuità, in un modo che il professionista poteva ragionevolmente prevedere, sono valutate nell’ottica del membro medio di tale gruppo. È fatta salva la pratica pubblicitaria comune e legittima consistente in dichiarazioni esagerate o in dichiarazioni che non sono destinate ad essere prese alla lettera.
- In particolare, sono scorrette le pratiche commerciali: a) ingannevoli di cui agli articoli 21, 22 e 23 o b) aggressive di cui agli articoli 24, 25 e 26.
- Gli articoli 23 e 26 riportano l’elenco delle pratiche commerciali, rispettivamente ingannevoli e aggressive, considerate in ogni caso scorrette.
Il settore automobilistico e il fenomeno del Greenwashing
Uno dei casi più noti di greenwashing è quello del Dieselgate che ha coinvolto la multinazionale tedesca Volkswagen.
Nel 2015, è emerso che Volkswagen aveva installato software ingannevoli su milioni di veicoli diesel per manipolare e superare i test sulle emissioni negli Stati Uniti e in Europa, presentando le proprie auto come “ecologiche” e a “basso impatto ambientale”. In realtà, questi veicoli emettevano fino a 40 volte più ossido di azoto rispetto ai limiti consentiti e lo scandalo che ha investito la casa automobilistica tedesca ha avuto conseguenze disastrose per l’azienda, sia in termini finanziari che, ovviamente, reputazionali.
Volkswagen ha dovuto affrontare una serie di azioni legali e sanzioni, con costi complessivi che hanno superato i 30 miliardi di euro, includendo multe, risarcimenti e spese per il richiamo dei veicoli. Inoltre, la fiducia dei consumatori e degli investitori è stata gravemente compromessa, causando una drastica perdita di valore delle azioni della società.
Non solo Volkswagen, anche il gruppo Hyundai-Kia nel 2014 è stato multato per aver mentito sulle prestazioni ambientali dei propri veicoli, realizzando così un esempio evidente di greenwashing che ha portato a una perdita di fiducia da parte dei consumatori e a pesanti conseguenze finanziarie.
Come agire contro il Greenwashing
Il greenwashing può portare a gravi danni economici e legali, sottolineando l’importanza di un’adeguata gestione della sostenibilità e dell’integrità aziendale attraverso strumenti come il modello 231.
Rappresenta un rischio concreto per le aziende, sia in termini legali che reputazionali. Implementare un Modello 231 aggiornato e integrato con i principi di sostenibilità e presidi ESG è essenziale per prevenire comportamenti fraudolenti e tutelare l’azienda da possibili conseguenze negative.
Per le imprese, adottare un Modello 231 significa:
- mitigare i rischi penali: evitare di incorrere in sanzioni penali e amministrative;
- proteggere la reputazione: consolidare la fiducia dei consumatori e degli stakeholder;
- ottenere un vantaggio competitivo: differenziarsi dai concorrenti e attrarre investitori attenti alla sostenibilità.
La scelta di investire nella sostenibilità e nella trasparenza è una decisione strategica che può portare a benefici a lungo termine per l’azienda.
Invitiamo tutte le imprese a riflettere sulla propria governance e a considerare l’importanza di una gestione trasparente e responsabile.




